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- IL COMPLESSO DI SANTA CHIARA
Il complesso
monumentale di Santa Chiara, iniziato nel 1310 agli estremi lembi del
perimetro della città, rappresenta la più imponente costruzione sacra
che sia mai sorta a Napoli. La chiesa ed il doppio monastero,
composto dal convento dei frati minori e da quello delle clarisse,
sorsero con il titolo originario di Ostia Santa o Corpo di Cristo, ma
furono da subito destinati dai sovrani angioini, loro ideatori,
all’Ordine dei Minori.
Con quest’opera, il re Roberto d’Angiò e la sua seconda moglie Sancia
di Maiorca vollero dotare Napoli di un’altra chiesa che provasse la
loro devozione francescana e provvedere ad un edificio degno di
accogliere le spoglie dei defunti della loro dinastia.
La chiesa, eretta sotto la direzione di Gagliardo Primario e completata
verso il 1328, fu solennemente aperta al culto nel 1330. Essa si
presenta oggi nelle sue originarie forme gotiche, con una facciata a
larga cuspide, di severa sobrietà dove s’inserisce l’antico rosone a
traforo, il pronao dagli archi agilissimi a sesto acuto e l’interno
caratterizzato da un’unica ed amplissima navata. L’aspetto della
basilica trecentesca fu completamente stravolto dall’esorbitante
opulenza decorativa del rifacimento barocco compiuto da Domenico
Antonio Vaccaro e Gaetano Buonocore tra il 1742 ed il 1796, ma, nel
corso del secondo conflitto mondiale, un devastante incendio che seguì
il bombardamento subito dalla chiesa distrusse quasi tutto l'arredo
settecentesco. Il restauro che ne seguì, terminato nel 1953, ripristinò
la solenne austerità della primitiva ideazione.
Nella grande aula si affacciano dieci cappelle per ogni lato, coperte
con volte a crociera costolonate ed archi quasi a tutto sesto, sui
quali insistono i muri laterali in cui si incastonano, come gioielli,
le diciotto bifore e le due trifore, sovrastate dal solenne tetto a
capriate.
IL MUSEO DELL'OPERA DI SANTA CHIARA
Il Complesso Museale di Santa Chiara, inaugurato nel 1995, ripercorre la storia della cittadella francescana di S. Chiara e comprende il Museo dell'Opera, l'Area Archeologica, il Chiostro Maiolicato, il Presepe del '700, la Biblioteca e la Sala delle Esposizioni.
- I SOVRANI ANGIOINI E IL MONASTERO
L'edificazione del grandioso monastero riaffermò il forte legame che univa re Roberto e sua moglie Sancia all’Ordine Francescano, e in particolare alla sua corrente spirituale. Entrambi i sovrani erano stati educati da francescani; Ludovico, fratello del re, era entrato nell’ordine; il fratello della regina era gran sostenitore dei francescani “dissidenti” e Sancia sin dai primi anni di vita coniugale aveva ricevuto l’autorizzazione papale a tenere al seguito delle clarisse (2 e poi 4), senza contare il suo proposito a prendere i voti. Roberto e Sancia, come sovrani di Gerusalemme, patrocinarono anche la fondazione nell’area vicina al santuario del Cenacolo del primo monastero di frati francescani, ai quali venne assegnata la missione di Custodia di Terra Santa, destinando ingenti somme di denaro alle negoziazioni con il sultano d’Egitto per il recupero dei luoghi santi. Non stupisce quindi che nel convento si conservino i ritratti dei sovrani tra i quadri che esemplificano l’opera francescana in Terra Santa.
A Napoli, la costituzione del doppio monastero di S. Chiara sembra fosse diretta a garantire con maggiore facilità il controllo regolare sulla vita delle clarisse da parte dei monaci, incaricati della loro cura spirituale. La regina Sancia si dedicò con fervore all’impresa che, in una stima rapportata alla moneta attuale, dovette costare tra 20 e 38 milioni di euro. Nel 1321 Sancia stabilì le norme statutarie del convento e gli assicurò delle rendite, creando però così una condizione che deviava dai dettami di povertà della primitiva comunità femminile francescana. Nella regolamentazione del convento, la regina precisò modalità di ingresso e requisiti relativi all’età e alla moralità delle postulanti; prescrizioni e obblighi in merito alle converse, alla pratica liturgica quotidiana e festiva, alle attività lavorative, al digiuno, alle figure di governo, d’amministrazione e sussidio del convento (badessa, padre guardiano, procuratori, medico, ecc.). E stabilì anche che almeno un quinto delle monache dovesse provenire da Napoli, rimarcando il vincolo sociale con la città. Ma distribuendo nel centro di Napoli questa austera architettura religiosa, Sancia cercò anche di contagiare gli agglomerati popolari allo scopo di correggere comportamenti sociali “immorali”. Come in altri casi, la connotazione cittadina di un monastero amplificava l’azione di intervento di regnanti e autorità cittadine sulla sua regolamentazione e vigilanza, spesso contrastando o modificando le direttive delle autorità ecclesiastiche centrali (ordini e Santa Sede). S. Chiara, come convento di Regio Patronato, dipendeva direttamente dall’autorità papale; ma la regina Sancia più volte rivide gli statuti del convento, e molti dei provvedimenti papali che lo riguardarono derivavano da sue richieste, come quelle che produssero un’inconsueta mobilità di monache di clausura trasferite da Assisi e dalla Provenza per fungere da maestre di disciplina e virtù per le clarisse napoletane. Pur restando evidente l’impegno personale di Sancia, è stato opportunamente rilevato il ruolo determinante avuto in merito da re Roberto, sia perché i fondi impiegati dalla regina dipesero dalle rendite delle assegnazioni patrimoniali concessele dal consorte, sia perché le caratteristiche strutturali della basilica e la sua monumentalità furono la risultanza di “un programma celebrativo” e di “esigenze autorappresentative proprie del solo re Roberto” (Gaglione).
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